Insegnanti in ostaggio

Il numero di insegnanti sotto ricatto di “piccoli tiranni” non è ancora stato reso ufficiale. Per chi frequenta gli istituti scolastici è tuttavia evidente che sono sempre più popolati da bambini “difficili”, a partire già dalla prima elementare.

Anche coloro che vantano una lunga esperienza nell’insegnamento possono pertanto essere messi a dura prova da bambini oppositivi, ribelli e provocatori che si rifiutano di rispettare le regole. Bambini aggressivi, che rappresentano un potenziale pericolo per la sicurezza propria e dei loro compagni. Bambini impossibili da gestire, indifferenti ad ogni tipo di richiamo, con i quali è facile perdere la pazienza dopo l’ennesimo rimprovero fallimentare.

Bambini che vengono definiti i “casi problematici” della scuola e che un insegnante si augura di non avere mai nella propria classe, pur sapendo che è molto probabile accada.

“Piccole pesti” di fronte alle quali chi svolge un mestiere educativo sente di aver completamente perso la propria autorità, all’interno di un rapporto in cui il suo ruolo non è riconosciuto. Il potere di definire le regole, infatti, è sempre più nelle mani di bambini che si sentono autorizzati a decidere cosa può essere fatto e cosa no, comportandosi come piccoli despoti che dettano legge in classe (e molto spesso anche in famiglia).

L’unica possibilità per riuscire a riprendere in mano le redini di una situazione apparentemente fuori controllo, consiste allora nel riuscire a ristabilire una sana gerarchia in classe, in particolar modo nei confronti di coloro che non riconoscono alcun tipo di autorità.

Oppositività, ribellione e rifiuto delle regole non andrebbero considerate come qualità immodificabili del carattere di alcuni bambini, bensì come caratteristiche emergenti all’interno di un sistema di relazioni in cui gli adulti faticano ad affermarsi come figure sufficientemente autorevoli e, in quanto tali, meritevoli di rispetto. Finché un adulto non si riappropria dell’autorità che per ruolo gli spetta, il bambino continuerà a calpestare qualsiasi norma venga stabilita e a opporsi fermamente a tutto ciò che non soddisfa i suoi desideri.

Che cosa fa generalmente un insegnante alle prese con un “piccolo ribelle”? Non tutte le strategie sono ugualmente efficaci anzi, nonostante vengano generalmente messe in atto con le migliori intenzioni, alcune possono rivelarsi del tutto controproducenti.

La strategia che viene più spesso adottata nel tentativo di contenere i comportamenti sopra le righe dei piccoli scalmanati, consiste essenzialmente nel prestare attenzione ad ogni loro mossa in modo da riuscire a bloccarla il prima possibile. Se tenerli sotto stretta sorveglianza non dovesse essere sufficiente, si ricorrono prima alle minacce e poi alle punizioni.

Richiami e rimproveri sono solitamente sufficienti a mantenere la tranquillità in classe, solo se si mantengono al di sotto di una certa soglia. Se diventano troppo frequenti risultano totalmente improduttivi, dal momento che chi li riceve ne è talmente assuefatto da non farci nemmeno più caso. I problemi insorgono nel momento in cui l’ostinazione del bambino è talmente elevata da consentirgli non solo di eludere tutti i sistemi di sorveglianza e di essere indifferente ad ogni forma di richiamo, ma persino di beneficiare da questa situazione in termini di attenzioni e tempo ricevuti dall’insegnante rispetto al resto dei compagni.

Se soffiare su fiammella che ha appena cominciato ad ardere non è sufficiente a spegnarla, continuare a soffiare sul fuoco non fa altro che ravvivarlo.

Reagire con rabbia alle provocazioni dei bambini è un altro modo per alimentare ulteriormente la loro aggressività. Eppure a quale insegnante non è mai successo di avere una reazione emotiva esagerata e di perdere completamente il controllo di fronte a un bambino sfidante? Perdere la pazienza è in alcuni casi inevitabile, ma è importante considerare che far uscire dai gangheri un adulto è per il piccolo provocatore la soddisfazione massima .

In seguito all’incapacità di gestire l’alunno “problematico”, un’apparente soluzione è rappresentata dal cercare spiegazioni diagnostiche e specialistiche sull’origine di tali comportamenti. Se alla diagnosi del problema non corrisponde però, come spesso accade, alcuna indicazione operativa sul comportamento da adottare in classe, il rischio è che la situazione si mantenga inalterata o possa addirittura peggiorare una volta “creato il caso”.

Se le strategie finora adottate per contenere i comportamenti problematici non dovessero essere più efficaci, significa che è giunto il momento di cambiare rotta. All’interno del Centro di Terapia Strategica sono state messe a punto diverse tecniche per spezzare la catena di continue provocazioni e rimproveri che mantengono il problema in un circolo vizioso apparentemente senza via d’uscita.

Per poter essere realmente efficace, qualsiasi tipo di intervento educativo deve partire dal presupposto che:

I bambini non sono fatti per comandare, ma per essere guidati.

A ciascuno il suo (compito)

Lo svolgimento dei compiti pomeridiani può essere fonte di notevoli stress e tensioni in famiglia. A soffrirne non sono tanto i bambini quanto i loro genitori che si sentono costretti a occuparsene in prima persona, come se fossero loro a tornare sui banchi di scuola.

Il tempo richiesto ai bambini per svolgere gli esercizi assegnati dalla maestra per il giorno dopo, il fine settimana o le vacanze è un tempo che molti genitori (in particolare le mamme) si sentono in dovere di sacrificare ai propri interessi personali, spesso sostituendosi completamente ai figli svolgendo esercizi, realizzando ricerche o scrivendo temi al loro posto. E’ così che fare i compiti può trasformarsi in una vera e propria tortura non solo per il bambino, ma anche per il genitore che si sente investito del ruolo di “maestro a domicilio”, finendo per esserne prigioniero.

In un interessante articolo recentemente apparso sul Corriere della sera è stata utilizzata l’espressione “genitori spazzaneve” per indicare quella tipologia di genitori, sempre più diffusa ai giorni nostri, che avrebbe la tendenza a “ripulire ogni cosa davanti ai propri figli in modo che nulla possa andare storto e minacciare la loro autostima”. L’articolo mira ad evidenziare la pericolosità di questo modello genitoriale iperprotettivo che danneggerebbe i figli rendendoli incapaci di affrontare le sfide della vita e i possibili fallimenti 

Anche l’aiuto nei compiti, quando è eccessivo e non è richiesto dal bambino, può rappresentare un ostacolo allo sviluppo di una personalità forte e sicura di sé, capace di affrontare le difficoltà con le proprie risorse e di essere in grado di superarle. Si tratta di una forma di deresponsabilizzazione che sottrae fiducia al bambino, lo rende bisognoso delle conferme dell’adulto e sempre più dipendente dalla sua collaborazione. 

Il genitore dovrebbe rappresentare una guida attenta e disponibile, pronta ad offrire il suo aiuto quando necessario, lasciando però il bambino libero di mettere alla prova le sue capacità e di sperimentare se stesso. Al fine di favorire una maggiore autonomia, l’adulto dovrebbe offrire il suo supporto solo all’inizio e alla fine delle attività, restando in disparte durante il loro svolgimento per fare in modo che il figlio possa mettere in pratica le risorse di cui dispone senza ricorrere immediatamente all’“aiuto da casa”. I genitori dovrebbero ricordare che si apprende veramente qualcosa solo sperimentandolo in prima persona e si acquisisce fiducia in se stessi solo affrontando delle sfide.

Le eccessive attenzioni nei confronti del momento dedicato ai compiti, sono in genere accompagnate da un lato da continue esortazioni alla precisione e all’ordine sul quaderno (“Scrivi bene”) e dall’altro da incessanti raccomandazioni alla rapidità (“Muoviti a finire”). Frequente è il ricorso a minacce, ricatti o punizioni di fronte all’indolenza del figlio che si distrae, perde tempo e commette continui errori.  Esortazioni, raccomandazioni, insistenze sull’obbligo di finire i compiti contribuiscono a creare un clima di tensione in famiglia e mal predispongono il bambino ad affrontare l’impegno scolastico, diminuendo la fiducia nelle proprie risorse e la capacità di organizzazione autonoma.

Se l’origine delle difficoltà scolastiche dei bambini non andrebbe attribuita ai genitori, ritenendoli (come erroneamente si è portati a fare) i diretti responsabili delle problematiche dei figli, un genitore ha un ruolo di primaria importanza nell’educazione scolastica di un figlio. Con il suo comportamento può trasmettere l’interesse e la passione per lo studio o al contrario contribuire a rafforzare l’idea che la scuola sia un pesante obbligo al quale non ci si può sottrarre.

Dato che semplificare la vita ai propri figli, offrendo loro eccessivi aiuto e protezione, non fa altro che alimentare le loro insicurezze e incapacità, per contribuire ad accrescere l’autostima di un bambino, è necessario che un genitore riesca a:

Creare ogni giorno al figlio una piccola prova da poter superare (G. Nardone)