Le tue parole fanno male, possono ferire o farmi ragionare

Essere consapevoli del potere delle parole ci consente di ottenere considerevoli miglioramenti nei rapporti con gli altri. Se comunicare con chi la pensa come noi non ci crea problemi, come riuscire ad esprimersi efficacemente con un interlocutore che non condivide i nostri stessi valori o ha una visione completamente diversa dalla nostra?

Certi modi di comunicare consentono di avvicinarsi alle persone, facendole sentire ascoltate, accolte, comprese, ma ci sono parole che hanno il potere di aumentare le distanze, innalzare barriere, ferire o spingere la relazione al punto di rottura.

Senza rendercene conto utilizziamo spesso le parole per giudicare chi non si comporta in modo conforme a ciò che riteniamo giusto. In molte occasioni abbiamo la tendenza a delegare la responsabilità dei nostri pensieri, sentimenti o azioni agli altri, pretendendo che soddisfino le nostre necessità. In altri termini vorremmo che fossero gli altri a cambiare, ritenendoli i diretti responsabili della nostra frustrazione, rabbia o dolore.

Tuttavia se vogliamo che gli altri cambino, dobbiamo essere disposti per primi a modificare l’atteggiamento nei loro confronti. In che maniera? Prestando innanzitutto attenzione al nostro modo di comunicare. Le parole che utilizziamo potrebbero costituire il vero ostacolo alla realizzazione di una comunicazione efficace in ambito familiare, lavorativo o amoroso, impedendoci di soddisfare ciò che desideriamo.

Se siamo insoddisfatti del nostro rapporto conflittuale con un’altra persona, potrebbe essere arrivato il momento di assumerci la responsabilità di ciò che stiamo provando, anziché continuare a delegarle il potere di farci sentire tristi o felici, frustrati o appagati, nervosi o sereni ecc.

Il nostro vocabolario è ricco di parole per esprimere giudizi sulle altre persone, ma è povero di termini per descrivere con chiarezza come ci sentiamo quando i nostri bisogni non vengono soddisfatti. Siamo abituati a chiederci cosa c’è che non va negli altri, anziché riuscire ad esprimere ciò di cui avremmo davvero bisogno per essere appagati.

Il primo passo per trasformare un rapporto insoddisfacente in una relazione che funzioni, consiste nell’iniziare ad osservare l’altro sospendendo ogni giudizio nei suoi confronti, prestando attenzione a come ci fa sentire e a ciò di cui avremmo bisogno per essere soddisfatti. Solo a questo punto sapremo formulare le nostre richieste in un modo chiaro e propositivo ed esprimere quello che veramente desideriamo.

Le parole sono finestre oppure muri,

ci imprigionano o ci danno libertà

(M. B. Rosenberg)

Le parole del terapeuta

Nel V secolo a.C. Antifonte affermava: “nulla esiste che non possa essere curato con le parole”. 

Quando ancora la figura dello psicoterapeuta non esisteva, eminenti studiosi avevano già attribuito alle parole il magico potere di guarire le persone.

Come parla un terapeuta? Nell’immaginario comune, le parole di un terapeuta avrebbero principalmente lo scopo di consolare, rassicurare, sostenere e incoraggiare le persone a risolvere i propri problemi.

Il ruolo del terapeuta viene spesso confuso con quello di un “amico a pagamento”, al quale ci si può confidare ricevendo in cambio parole che esprimono conforto e comprensione. Ciò implicherebbe che per svolgere questa professione sarebbero sufficienti capacità d’ascolto, disponibilità umane e un po’ di buon senso (qualità che per essere sviluppate non richiederebbero alcun impegno né preparazione particolare).

Molti terapeuti si servono di un linguaggio tecnico o specialistico per descrivere il problema che affligge il paziente, ma non sono in grado di utilizzare le parole per aiutare la persona a modificare la propria percezione della realtà problematica. Offrono accurate descrizioni e interpretazioni del disagio che però non hanno il potere di cambiarlo.

Per un terapeuta strategico, il linguaggio è il principale veicolo di cambiamento all’interno della relazione con il paziente, la quale assume caratteristiche proprie ben distinte e distinguibili da altre forme di relazione.

Le parole di un terapeuta, quando sono sapientemente scelte e combinate tra loro, possono produrre rapidamente degli effetti concreti: ampliano la visione del paziente su nuovi mondi prima sconosciuti; evocano forti sensazioni andando dritte al cuore; lo persuadono a cambiare; trasformano il suo modo di percepire e di reagire a ciò che gli accade, migliorando concretamente la sua vita.

Così come l’abilità di un pianista si riconosce dalla naturalezza con cui fa scorrere le mani sui tasti di un pianoforte, facendo sembrare semplice e spontaneo qualcosa che è il frutto di anni di studio e di pratica, anche il lavoro di un terapeuta è il risultato di un costante esercizio delle tecniche linguistiche più idonee a favorire il cambiamento nella relazione con il paziente. 

Alcune parole possono avere un effetto talmente dirompente da produrre un cambiamento immediato e risuonare per sempre nella mente delle persone se, prima di tutto, hanno saputo emozionare, toccare il cuore e “far venire i brividi”. 

 

L’arte di comunicare con le parole e con i gesti

Immaginiamo di dover preparare un discorso per un importante convegno al quale siamo stati invitati in qualità di esperti e di voler proporre un tema che possa catturare l’attenzione del pubblico. L’argomento su cui si incentrerà l’intervento rappresenta ciò di cui ci occupiamo quotidianamente, per cui non avremo difficoltà a selezionare i contenuti da presentare. Durante l’esposizione procede tutto senza intoppi, ma alla fine della nostra presentazione, ci rendiamo conto di non essere riusciti a trasmettere ciò che avremmo desiderato. Si tratta di un lavoro che ci appassiona, ma non siamo stati capaci di coinvolgere l’uditorio che ha mostrato segni di scarsa attenzione ed interesse durante il nostro discorso. Che cos’è andato storto? Perché non siamo riusciti a realizzare un’adeguata performance?

Anche se comunichiamo continuamente, abili comunicatori non si nasce, ma si diventa. Spesso non ne siamo consapevoli, ma ogni nostro gesto, anche quello apparentemente più impercettibile, svolge una funzione comunicativa;  persino il silenzio o l’assenza di comunicazione. E’ impossibile non comunicare, come afferma Paul Watzlawick nel famosissimo testo Pragmatica della comunicazione umana. Dal momento che quando interagiamo con un’altra persona è inevitabile influenzarla ed esserne influenzati, possiamo decidere se lasciare al caso il potere della nostra comunicazione o se assumerne il controllo in prima persona.

L’arte del comunicare efficacemente non sta solo nelle parole, in cio’ che viene detto, bensì nel modo in cui si comunica. In tutto ciò che ha a che fare con le componenti non verbali (come l’espressione del volto, lo sguardo e la gestualità) e paraverbali (come il timbro, il tono, le pause e il volume della voce); con aspetti meno evidenti e più sottili rispetto al linguaggio verbale, in grado però di influenzare potentemente chi ci ascolta, fin dai primissimi istanti.

Siamo in grado di riconoscere immediatamente un buon oratore e decidiamo in pochissimi minuti se accordare o meno la nostra fiducia a chi ci sta parlando. La prima impressione può essere sbagliata, ma è quella che conta; dato che siamo naturalmente portati a confermarla, piuttosto che a metterla in discussione. Inoltre, le nostre capacità attentive, di per sé già limitate, si riducono ulteriormente se chi comunica non lo fa in maniera adeguata. Ciò che conta non è tanto cosa diciamo, ma come lo diciamo.

Mentre ascoltiamo qualcuno parlare, anche se spesso non ne siamo consapevoli, siamo maggiormente influenzati da tutto ciò che passa al di sotto del canale verbale. Tuttavia, se dobbiamo preparare un discorso, abbiamo la tendenza a concentrarci esclusivamente sul  contenuto di ciò che vogliamo dire; sottovalutando ad esempio il potere dello sguardo, del tono e del ritmo della voce o della gestualità. Tutti elementi che influenzano il grado di interesse di chi ci ascolta. In genere, siamo poco abituati a prestare attenzione alla componente non verbale della comunicazione, ma questo condiziona considerevolmente la possibilità di entrare in relazione con l’altro e di utilizzare appieno le potenzialità di tutti e tre i canali comunicativi: verbale, non verbale e paraverbale.

“Si comunica per informare, aggiornare, istruire, organizzare, persuadere, motivare, curare, guidare, oltre che per cambiare le persone e noi stessi” (G. Nardone). Conoscere e saper utilizzare i meccanismi della comunicazione ci consentono una migliore conoscenza non solo degli altri ma anche di noi stessi; offrendoci la possibilità di diventare osservatori attivi e protagonisti del nostro destino.