La forza di volontà non basta a farci cambiare

Le abitudini governano le nostre vite: ci permettono di risparmiare energia e di non pensare continuamente a quello che stiamo facendo, ma a volte finiscono per impedirci di diventare come vorremmo. Per un essere umano decidere di cambiare il proprio comportamento abituale non è sufficiente a realizzarlo.

Questo è particolarmente vero per quanto riguarda le proprie abitudini a tavola e di stile di vita. Voler smettere di mangiare fuori pasto, ad esempio, non basta per resistere alle tentazioni del cibo ed essere in contraddizione con se stessi è una regola, non un’eccezione. Quante volte abbiamo preso la decisione di praticare uno sport ma poi di fatto non ci siamo mai iscritti in palestra?

La forza di volontà può esserci senz’altro d’aiuto se la teniamo in allenamento, ma ad un certo punto si esaurisce e finiamo per cedere, tornando a fare quello che abbiamo sempre fatto. Alla fine prevalgono le abitudini più forti, talmente consolidate da non esserne nemmeno consapevoli.

Essere troppo severi con se stessi è spesso controproducente quando si vuole cambiare, così come avere fretta: per acquisire o perdere delle abitudini, buone o cattive che siano, può essere necessario molto tempo. Inoltre è fondamentale saper accettare qualche ricaduta come parte integrante del percorso verso la meta. Perciò se ad esempio mangiamo correttamente ai pasti da un mese e sgarriamo una o due volte, non dovremmo considerarlo un fallimento.

Formulare dei piani di cambiamento concreti è molto utile. Le persone che imparano a pianificare le proprie giornate sulla base di tre pasti al giorno e a formulare dei piccoli ma concreti obiettivi di cambiamento (come ad esempio andare a camminare tutti i giorni per almeno mezz’ora al giorno), sono quelle che solitamente ottengono i risultati più duraturi.

La forza delle abitudini può essere gestita, dirigendola a proprio favore, se riusciamo a interrompere il meccanismo che scatena in noi una risposta automatica (spesso inconsapevole) di cui subiamo a posteriori gli effetti negativi.

Qualsiasi comportamento abituale, anche quello più a lungo radicato, può essere modificato e sostituito se interveniamo in maniera attiva, attraverso delle strategie mirate che ne interrompano il meccanismo di mantenimento.

Disturbi Alimentari: il ruolo dei genitori

I disturbi alimentari rappresentano un problema complesso e multiforme che non ha un’origine certa e definita. In passato i genitori venivano considerati i diretti responsabili della malattia del figlio, fortunatamente oggi questa visione è stata completamente superata e numerose ricerche hanno dimostrato che le famiglie costituiscono la più importante risorsa nel percorso di cura e di guarigione di un familiare. Il coinvolgimento dei genitori in qualità di coterapeuti si è rivelata efficacie anche all’interno del nostro centro in cui sono stati messi a punto protocolli specifici per il trattamento di anoressia, bulimia e vomiting.

Spesso le persone che soffrono di una problematica alimentare non sono consapevoli di avere un problema o se ne rendono conto ma non hanno le risorse per affrontarlo da soli, con il rischio che il disturbo si cronicizzi. Il disturbo scatena paura e rabbia in coloro che ne sono coinvolti indirettamente, accompagnate da senso di colpa e vergogna che possono dare origine a scontri molto accesi in famiglia. Alcuni genitori cercano di utilizzare la via della ragionevolezza per convincere il figlio a farsi aiutare, ma anche questo produce molto spesso una reazione di netto rifiuto e opposizione. Entrambi i tentativi di soluzione si dimostrano pertanto controproducenti e alla lunga rischiano di esaurire le risorse di tutta la famiglia.

Imparare a gestire la propria reazione emotiva di fronte a una problematica di questo tipo non è facile per un genitore. Si tratta però di premessa indispensabile per  fare in modo che il figlio accetti di essere aiutato e di collaborare. Non sempre chi manifesta i sintomi di un disordine alimentare è disposto immediatamente a cambiare, pertanto il modo in cui il genitore si pone nei suoi confronti può fare davvero la differenza nella presa in carico del problema.

Nessuno sceglie di avere un disturbo di questo tipo in maniera cosciente ed intenzionale, perciò i tentativi di convincere il figlio a cambiare attraverso la ragionevolezza, le punizioni o le minacce sono destinati a fallire anzi, molto spesso contribuiscono a far peggiorare la situazione. Sostegno, comprensione ed ascolto non giudicante sono gli ingredienti che favoriscono il dialogo e che possono poco alla volta far riemergere la “parte sana” della persona e la sua motivazione a liberarsi al più presto del problema accettando di collaborare.

L’aiuto offerto al figlio non può tradursi in accettazione incondizionata di qualsiasi sua richiesta. In presenza di una condizione che destabilizza l’equilibrio emotivo di tutta la famiglia, i genitori possono fare difficoltà ad esercitare il proprio ruolo educativo. In questo momento di difficoltà e confusione un supporto professionale può essere d’aiuto nel far comunque rispettare alcune regole e nel ridefinire i propri ruoli all’interno della famiglia. Gli incontri con il terapeuta possono diventare un’occasione di confronto sul proprio ruolo e di riflessione sulle proprie reazioni emotive, messe a dura prova da un disturbo che rischia di offuscare i sentimenti e la capacità di essere realmente di supporto.