La ricerca della felicità

Ogni anno vengono scritti centinaia di libri sulla felicità e su come poter essere felici. Ma qual è il vero segreto della felicità? Ognuno propone una propria definizione di felicità e suggerisce modi diversi per raggiungerla. Nonostante i numerosi tentativi di descriverla a parole, la felicità rimane ancor oggi un concetto vago e indefinito; un “sentimento” che non riusciamo a spiegare neppure quando, raramente, lo proviamo. Se per Aristotele tutti gli uomini vogliono essere felici, per molte persone la felicità semplicemente non esiste (o per lo meno non è raggiungibile nella vita terrena).

La ricerca della felicità, così come noi la intendiamo attualmente, ha avuto origine in America. Possiamo affermare che gli Stati Uniti sono i maggiori produttori mondiali di ricette “su misura” per raggiungere la felicità, il benessere e la soddisfazione personale. Così come si può imparare a preparare un piatto elaborato, sembra possibile apprendere come essere felici (in poche lezioni e con risultati garantiti). La maggior parte dei consigli riportati dagli esperti su questo tema, si possono riassumere in uno slogan: “Pensa positivo!”. Ogni giorno nascono nuove tecniche per diventare capaci di conoscere, controllare, dominare se stessi e i propri pensieri in vista del raggiungimento di una vita più appagante e felice.

Che cos’è l’infelicità?

Se la felicità è un concetto difficile da spiegare a parole, a quanto pare l’infelicità non è né la negazione, né l’opposto della felicità. L’infelicità è un “sentimento” autonomo che si origina e si sviluppa in maniera indipendente dalla felicità. Infatti non basta impedire l’infelicità per essere felici.

Secondo la psicologia tradizionale, l’infelicità si caratterizza principalmente per una bassa fiducia in se stessi. Le persone infelici tendono ad essere giudici implacabili di loro stesse e hanno la tendenza a colpevolizzarsi eccessivamente quando le cose vanno storte, sopravvalutando la proprie responsabilità personali di fronte agli insuccessi. La scarsa fiducia in sè rappresenta un ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi personali ed influenza la rappresentazione di se stessi in senso sempre più negativo, diventando fonte di sofferenza personale ed interpersonale. Secondo Seligman e Abramson,  gli autori di un famoso test di misura della felicità, due persone possono incontrare, nel corso della propria vita, la stessa quantità di felicità o infelicità. Ma è proprio il diverso modo di spiegare le cose che farà sì che una si porrà il problema dei propri fallimenti, mentre l’altra si concentrerà sui propri successi. In quest’ottica, l’infelicità è il frutto di specifici meccanismi mentali che influenzano il modo in cui la persona interpreta ciò che le accade, impedendole di essere felice.

Esplorare l’infelicità per capire la felicità

Diversi autori sono giunti alla conclusione che esplorare l’infelicità sia l’unico modo per capire la felicità. Come mai? Probabilmente la ragione risiede nel fatto che chi è veramente felice non sa di esserlo o semplicemente perché, come ci suggerisce provocatoriamente Paul Watzlawick nel favoloso testo “Istruzioni per rendersi infelici”:

Nulla è più difficile da sopportare di una serie di giorni felici

Se tutti possono essere infelici, suggerisce l’autore di questo saggio paradossale, è il rendersi infelici che andrebbe imparato; solo così abbiamo la possibilità di scoprire che siamo noi i creatori non solo della nostra infelicità, ma anche della nostra felicità.

Se vuoi essere infelice, dice Watlzlawick, è sufficiente seguire questi semplici suggerimenti:

  1. Convincersi che esista un unico punto di vista: il proprio
  2. Sopravvalutare il proprio passato
  3. Cercare di interpretare il pensiero o le intenzioni degli altri
  4. Evitare le situazioni temute per paura di non essere in grado di affrontarle
  5. Cercare di proteggersi da possibili eventi negativi facendo di tutto per prevenirli
  6. Far coincidere la felicità esclusivamente al raggiungimento dei propri traguardi 
  7. Pretendere che gli altri si comportino spontaneamente come piacerebbe a noi
  8. Ritenersi immeritevoli d’amore e fare di tutto per ottenere il rispetto degli altri

La lettura di queste indicazione ci induce a pensare che siamo allo stesso tempo noi, il più delle volte inconsapevolmente, le vittime e gli artefici della nostra infelicità.

Esistono davvero tante sofferenze quante se ne possono inventare, afferma Giorgio Nardone nel testo “Psicotrappole”. Tuttavia ognuna di queste sofferenze ha una via d’uscita. L’uomo non sceglie consapevolmente di essere infelice ma spesso, animato dalle migliori intenzioni, si ritrova ad ottenere i risultati più disastrosi. I tentativi per raggiungere la felicità possono rivelarsi delle micidiali trappole da cui diventa difficile uscire. La buona notizia è che così come siamo bravi nel costruire le “trappole” che ci rendono infelici, altrettanto possiamo diventarlo nel realizzare le “soluzioni” per riuscire ad essere felici. Spesso si tratta di soluzioni che sfidano i criteri della logica ordinaria, consentendo alle persone di gestire l’ambivalente relazione tra la propria componente razionale e le reazioni più viscerali che impediscono alle persone di mettere in atto il cambiamento desiderato.