Il linguaggio segreto dei disturbi alimentari

Il corpo è sempre più un’estensione dell’anima.

Una misura del mondo (D. Le Breton)

Quali segreti sono racchiusi nell’anima di chi soffre di un disturbo alimentare? 

Anoressia e Bulimia: due facce della stessa medaglia

L’anoressia è indubbiamente il disturbo alimentare che maggiormente colpisce l’immaginario comune, suscitando sentimenti ambivalenti in chi la incontra e la necessità di trovare una spiegazione razionale che giustifichi la contraddizione tra l’astinenza alimentare e il bisogno fisiologico di cibo per sopravvivere.

Nel corso degli anni, a partire dalla fine dell’Ottocento in poi, sono state formulate diverse ipotesi sull’origine di questo problema; di cui ancora attualmente non è possibile individuare una causa certa e univoca. Inizialmente i sintomi con cui si manifesta il disturbo esprimono la volontà e il desiderio, da parte soprattutto di giovani ragazze, di riuscire ad esercitare il proprio controllo sul peso e sull’immagine corporea. Al dimagrimento si associa in genere un iniziale aumento del benessere percepito che motiva la giovane a continuare a perdere peso. Il rovescio della medaglia è rappresentato dal fatto che più la ragazza perde chili, più si vede grassa e vorrebbe dimagrire. L’immagine riflessa allo specchio non corrisponde a quella interiore. Molte ragazze sono vittime di un fenomeno dispercettivo che le rende sempre più insoddisfatte di sé, costringendole a inseguire un modello ideale irraggiungibile.

Il controllo ben riuscito dell’ossessione per il corpo e per la magrezza, attraverso l’astinenza dal cibo e da tutti i piaceri in genere, investe la vita della persona a trecentosessanta gradi, ventiquattr’ore su ventiquattro; diventando il fulcro attorno cui ruotano tutte le sue giornate.

L’anoressia diventa un’armatura che protegge chi la indossa, ma che contemporaneamente la imprigiona.

Dopo un periodo prolungato di astinenza dal cibo, molte ragazze si trovano nella condizione di non riuscire più a rinunciare al controllo ossessivo delle calorie per paura di perdere il controllo. Un rischio enorme per chi ha raggiunto un livello di autodisciplina così elevato. La tenacia e l’autodeterminazione possono contribuire all’irrigidirsi di una  posizione difficile da abbandonare, pur comportando grossi rischi per la salute e per il benessere personale.

Anche il disturbo bulimico esprime la volontà di esercitare il proprio controllo sul cibo a scopo dimagrante. L’origine del problema è la stessa, ma l’evoluzione è completamente diversa rispetto all’anoressia: in questo caso, infatti, il tentativo di controllo dell’alimentazione è ciò che conduce la persona a perdere completamente il controllo. Quando il desiderio di cibo non riesce ad essere frenato dalla restrizione, la voglia di alimentarsi aumenta in maniera così esponenziale da costringere la persona ad abbuffarsi. Nel momento stesso in cui scatta il tentativo rigido di controllo, il piacere alimentare supera la volontà di resistere alle tentazioni e prende il sopravvento sul proposito di dimagrire. Se entra in funzione questo meccanismo paradossale (di controllo che fa perdere il controllo), la persona sente di non poter più fare a meno di resistere alle tentazioni e, come se fosse dominata da una forza oscura, finisce per esserne sopraffatta. Col tempo si struttura una compulsione irrefrenabile ad alimentarsi, accompagnata dalla paura di ingrassare e da sgradevoli sensazioni soggettive che seguono le sempre più frequenti abbuffate. Più i limiti che la persona si è autoimposta nella dieta sono rigidi, più è portata a trasgredirli per un’irrefrenabile tendenza a cedere alle tentazioni piacevoli che scatta in automatico nel momento stesso in cui cerca di reprimerle.

Le origini della malattia

L’indissolubile legame tra l’evoluzione dell’uomo e il suo rapporto con il cibo nel corso della storia, ci permettono di considerare il comportamento alimentare non solo come un fenomeno biologico, ma anche socio-culturale.

La scelta degli alimenti che portiamo in tavola definisce la nostra identità e regola rapporti sociali. Il cibo comunica agli altri importanti aspetti di noi e costituisce il mezzo attraverso cui le persone entrano quotidianamente in relazione tra loro. Avendo perso lo stato di bisogno primario (nei paesi sviluppati), gli alimenti rappresentano un’importante fonte di piacere. Un piacere da condividere e di cui poter godere in numerose occasioni che è però necessario imparare a gestire.

La regolamentazione dell’assorbimento del cibo è una delle forme terapeutiche più antiche: la storia delle diete è vecchia quanto la medicina” (D. Vandereycken)

Tuttavia è solo a partire dalla fine del secolo scorso che si rileva un interesse crescente per gli aspetti estetici delle dimensioni corporee (in particolar modo femminili) e, contemporaneamente, una sempre maggiore avversione per l’obesità.

Ogni epoca storica è stata caratterizzata dalla diffusione di un particolare disturbo. In epoca moderna abbiamo assistito ad un aumento delle forme assunte dal disagio corporeo e che si esprimono attraverso il rapporto conflittuale con il cibo.

 Il corpo rivela agli altri aspetti importanti della nostra vita e viene utilizzato per comunicare aspetti profondi della propria identità.

Al di là dei criteri utilizzati in psichiatria per la classificazione diagnostica, i disturbi alimentari sono espressione dei valori dominanti nella nostra società di appartenenza e, in quanto tali, rappresentano un mezzo culturalmente riconosciuto per rendere visibile la propria sofferenza interiore e per comunicarla  agli altri utilizzando un linguaggio comprensibile .

Per molte ragazze il disturbo alimentare costituisce un’arma di sopravvivenza contro le avversità della vita: uno strumento potente, sotto il loro controllo, in grado di farle sentire forti; ma allo stesso tempo estremamente pericoloso. Un’arma a doppio taglio con cui è facile farsi del male.

Frequentemente il disturbo esercita la funzione di un potente anestetico che agisce sotto forma di regolatore delle emozioni. In quanto tale può agire come una sorta di schermatura utile a proteggere la persona psicologicamente, attutendo tutto ciò che proviene dall’esterno. La protezione opera però indistintamente, sia nei confronti delle sensazioni che si vorrebbero evitare, sia di quelle piacevoli.

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Oltre la “scatola nera”

Meglio una spiegazione falsa che nessuna spiegazione (Nietzche)

In questi giorni l’opinione pubblica si sta interrogando sulle possibili ragioni che avrebbero condotto il co-pilota della Germanwings a provocare volontariamente un tragico incidente che ha causato la morte di 150 passeggeri. Nelle ore successive alla tragedia si è scoperto che il giovane, ritenuto perfettamente idoneo a pilotare un aereo, stesse in realtà soffrendo da qualche tempo di alcuni sintomi riconducibili a un disturbo depressivo. La presenza di un certificato che ne attesta la diagnosi ha consentito di confermare l’ipotesi di suicidio.

Ogni uomo è uno scienziato che ha l’obiettivo di prevedere e controllare gli eventi (G. Kelly)

 Ogni uomo può essere definito uno scienziato che attribuisce significato alla realtà che lo circonda, la categorizza e la ordina; costruendo attivamente le proprie conoscenze su cui orienta le azioni.

Di fronte alla complessità del mondo in cui sono immersi, gli individui adottano scorciatoie di pensiero per giungere più velocemente alla formulazione di opinioni. La categorizzazione di eventi e informazioni rappresenta un’efficace strategia per economizzare le proprie risorse mentali, basando l’ordinamento della realtà su criteri di somiglianza e differenza. Il processo di categorizzazione è molto comune nella vita quotidiana ed è particolarmente efficace quando le informazioni a disposizione sono insufficienti o confuse e c’è la necessità di far subito chiarezza. Il bisogno di trovare una spiegazione ci costringe a scambiare per vere informazioni che sono solo il frutto della nostra interpretazione; dandoci l’illusione che il nostro punto di vista corrisponda perfettamente alla realtà che tentiamo di conoscere e di controllare. Questo il più delle volte ci è utile per prevedere il comportamento delle persone con cui entriamo in relazione, ma non costituisce un meccanismo infallibile. Gli errori di valutazione sono sempre dietro l’angolo e ci sentiamo spiazzati quando le nostre aspettative di partenza vengono smentite o ci accorgiamo che il comportamento degli altri non è così facilmente prevedibile ed inquadrabile. Siamo continuamente portati a formulare giudizi impliciti sui comportamenti altrui basandoci su caratteristiche interne di personalità, scambiando per vere le nostre supposizioni. Facciamo fatica a guardare al di là delle certezze che ci illudiamo di avere.

I test psicologici avrebbero potuto prevedere il comportamento del pilota?

 Assumere un atteggiamento scientifico verso lo studio della realtà non ma vai confuso con il concetto di infallibilità o di verità (tratto dal Dizionario internazionale di Psicoterapia)

Se l’uomo della strada è portato a commettere frequentemente degli errori di valutazione, nemmeno l’esperto può considerarsi infallibile. Il metodo scientifico si dimostra molto più adeguato per lo studio di semplici fenomeni naturali, piuttosto che per la comprensione di complessi fenomeni di cui si occupa la psicologia clinica.

Secondo il parere di diversi esperti, la distinzione tra “normalità” e “patologia”, tipica del modello psichiatrico e della psicologia tradizionale, costituisce la prova più evidente della difficoltà che ogni uomo sperimenta nel cercare di comprendere e di prevedere il comportamento dei propri simili.

Nessuno potrebbe sostenere che aver provocato un così tragico incidente  possa considerarsi  “normale”; ma tale definizione parte dal presupposto che sia possibile distinguere i “sani” dai “folli”, come se si potesse inserirli in due categorie ben distinte e distinguibili.

Se la classificazione in categorie può essere utile nello studio di fenomeni appartenenti al mondo fisico, si rivela del tutto controproducente quando è applicata allo studio dell’uomo. Il riferimento a criteri oggettivi di categorizzazione diagnostica dei disturbi mentali possono rendere ciechi coloro che ne fanno uso in modo esclusivo e inappropriato.