“Da lunedì mi metto a dieta…”

Se vuoi essere sicuro di riuscire ad aumentare di peso, inizia una dieta ipocalorica. Può sembrare un controsenso, ma come dimostrano i più autorevoli esperti nel campo della nutrizione, ciò che frequentemente le persone mettono in atto allo scopo di perdere peso, produce paradossalmente l’effetto contrario; dando origine o aggravando condizioni di sovrappeso e obesità.

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“Se tutte le diete funzionano, nessuna risulta davvero efficace” (G.Nardone)

La ragione per cui gran parte dei programmi dietetici, attualmente in voga, è destinata all’insuccesso, è legata al fatto che sono tutti basati su un rigido controllo delle calorie. Il tentativo di sconfiggere il sovrappeso attraverso la restrizione calorica, rappresenta una soluzione tanto diffusa quanto fallimentare, di cui spesso si sottovalutano le dannose conseguenze per l’equilibrio psico-fisico della persona.

Che cosa accade dal punto di vista fisico nel momento in cui una persona inizia a seguire un regime dietetico? Inizialmente il peso sulla bilancia comincia a scendere, ma non si tratta di un vero dimagrimento: ciò che viene perso sono infatti soprattutto muscoli e acqua, non grasso. Dopo poco tempo, la velocità del calo ponderale si riduce fino ad arrestarsi del tutto. Questo perché a una diminuzione delle calorie ingerite corrisponde un naturale rallentamento metabolico. In altre parole, dal momento che il nostro organismo ha sviluppato sofisticati meccanismi per difendersi dalla perdita di peso, l’introduzione di meno cibo lo fa entrare spontaneamente in una fase di risparmio energetico, come se si trovasse di fronte ad una vera e propria condizione di carestia. Una volta sospeso il regime restrittivo, ovvero nel momento in cui la persona riprende le vecchie abitudini alimentari, i chili persi vengono recuperati del tutto (e spesso con qualche chilo in aggiunta) perché il metabolismo è diventato molto più lento rispetto al passato. Questo è uno solo uno dei motivi per cui il 90% delle persone recupera il peso perso entro 6 mesi dalla fine di una dieta ipocalorica, i cui principali effetti collaterali sull’organismo sono:

  • Rallentamento del metabolismo di base
  • Perdita di tessuto muscolare
  • Falsificazione del senso naturale di fame e sazietà

“Posso resistere a tutte, tranne che alle tentazioni” (O.Wilde)

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Le diete restrittive risultano fallimentari non solo dal punto di vista degli effetti esercitati sul corpo, ma soprattutto in termini psicologici. Le diete in genere ignorano gli aspetti psicologici legati al rapporto con l’alimentazione, considerandola solo dal punto di vista nutrizionale. Il cibo tuttavia non svolge solamente una funzione nutritiva: è un mezzo per entrare in relazione con gli altri; ci identifica culturalmente e definisce chi siamo;  ma soprattutto costituisce un’importante fonte di piacere. Tutte le diete si basano invece sul principio del controllo, della limitazione e del sacrificio; considerando il cibo come un nemico da sconfiggere, piuttosto che come un amico da rispettare. L’inizio di una dieta comporta inevitabilmente l’eliminazione dalla propria tavola di molti alimenti, soprattutto di quelli più piacevoli (in quanto in genere più calorici). Il piacere non è contemplato nelle diete, viene totalmente negato o tenuto sotto stretto controllo. Dal punto di vista psicologico, sappiamo tuttavia quanto sia potente l’effetto trasgressione. Fin da piccoli abbiamo sperimentato sulla nostra pelle che più un limite è rigido, più saremo portati a trasgredirlo. Questo principio vale soprattutto in campo alimentare: il cibo che ci si vieta finisce per diventare proprio quello che si desidera maggiormente. Il grosso rischio in questo caso è che il controllo di ciò che si mangia produca esattamente il suo contrario, ovvero un’irrefrenabile perdita di controllo.

 Dieta o non dieta?

Iniziare una dieta ipocalorica e non riuscire a mantenere nel tempo i risultati raggiunti, dopo tanti sacrifici e privazioni, genera frustrazione e una ridotta di fiducia nelle proprie capacità. L’insuccesso viene superficialmente attribuito a una mancanza di forza di volontà della persona, ignorando l’influenza dei fattori fisici e psicologici che ostacolano il dimagrimento basato sulla “semplice” restrizione calorica. Se la soluzione scelta per raggiungere o recuperare il peso forma risulta inefficace, sarà impossibile stabilire un adeguato rapporto con l’alimentazione. Ciò che non funziona va pertanto modificato.

La dieta più efficace risulta essere la “non dieta”, ovvero un approccio all’alimentazione basato sui seguenti principi:

  • ricerca spontanea e libera del cibo e della necessità di soddisfare il senso di fame/sazietà
  • consapevolezza delle proprietà nutrizionali degli alimenti
  • ricerca e mantenimento dello stato di salute e di benessere
  • raggiunta di un senso di soddisfazione e di autostima.

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Per raggiungere una condizione di benessere psico-fisico che si mantenga nel tempo, è necessario che la persona inizi un cammino che la conduca a cambiare gradualmente il proprio stile di vita. Alcune volte è possibile intraprendere e portare avanti questo percorso da soli, altre è necessario ricorrere all’aiuto di alcuni professionisti. Scegliere il principio della “non dieta” significa fare un investimento sulla propria salute che richiede più tempo, ma che produrrà dei risultati molto più duraturi e maggiormente soddisfacenti.

Come recitava Ippocrate più di duemila anni or sono: “Che il cibo sia la tua medicina, che la medicina sia il tuo cibo”.

Letture consigliate:

G.Nardone (2007), La dieta paradossale, Ponte alle Grazie

L. Bergami, M.Bossi, F. Ongaro, P.L. Rossi, L. Speziani (a cura di G. Nardone, E. Valteroni) (2014), Dieta o non dieta. Per un nuovo equilibrio tra cibo, piacere e salute, Ponte alle Grazie

L’arte di comunicare con le parole e con i gesti

Immaginiamo di dover preparare un discorso per un importante convegno al quale siamo stati invitati in qualità di esperti e di voler proporre un tema che possa catturare l’attenzione del pubblico. L’argomento su cui si incentrerà l’intervento rappresenta ciò di cui ci occupiamo quotidianamente, per cui non avremo difficoltà a selezionare i contenuti da presentare. Durante l’esposizione procede tutto senza intoppi, ma alla fine della nostra presentazione, ci rendiamo conto di non essere riusciti a trasmettere ciò che avremmo desiderato. Si tratta di un lavoro che ci appassiona, ma non siamo stati capaci di coinvolgere l’uditorio che ha mostrato segni di scarsa attenzione ed interesse durante il nostro discorso. Che cos’è andato storto? Perché non siamo riusciti a realizzare un’adeguata performance?

Anche se comunichiamo continuamente, abili comunicatori non si nasce, ma si diventa. Spesso non ne siamo consapevoli, ma ogni nostro gesto, anche quello apparentemente più impercettibile, svolge una funzione comunicativa;  persino il silenzio o l’assenza di comunicazione. E’ impossibile non comunicare, come afferma Paul Watzlawick nel famosissimo testo Pragmatica della comunicazione umana. Dal momento che quando interagiamo con un’altra persona è inevitabile influenzarla ed esserne influenzati, possiamo decidere se lasciare al caso il potere della nostra comunicazione o se assumerne il controllo in prima persona.

L’arte del comunicare efficacemente non sta solo nelle parole, in cio’ che viene detto, bensì nel modo in cui si comunica. In tutto ciò che ha a che fare con le componenti non verbali (come l’espressione del volto, lo sguardo e la gestualità) e paraverbali (come il timbro, il tono, le pause e il volume della voce); con aspetti meno evidenti e più sottili rispetto al linguaggio verbale, in grado però di influenzare potentemente chi ci ascolta, fin dai primissimi istanti.

Siamo in grado di riconoscere immediatamente un buon oratore e decidiamo in pochissimi minuti se accordare o meno la nostra fiducia a chi ci sta parlando. La prima impressione può essere sbagliata, ma è quella che conta; dato che siamo naturalmente portati a confermarla, piuttosto che a metterla in discussione. Inoltre, le nostre capacità attentive, di per sé già limitate, si riducono ulteriormente se chi comunica non lo fa in maniera adeguata. Ciò che conta non è tanto cosa diciamo, ma come lo diciamo.

Mentre ascoltiamo qualcuno parlare, anche se spesso non ne siamo consapevoli, siamo maggiormente influenzati da tutto ciò che passa al di sotto del canale verbale. Tuttavia, se dobbiamo preparare un discorso, abbiamo la tendenza a concentrarci esclusivamente sul  contenuto di ciò che vogliamo dire; sottovalutando ad esempio il potere dello sguardo, del tono e del ritmo della voce o della gestualità. Tutti elementi che influenzano il grado di interesse di chi ci ascolta. In genere, siamo poco abituati a prestare attenzione alla componente non verbale della comunicazione, ma questo condiziona considerevolmente la possibilità di entrare in relazione con l’altro e di utilizzare appieno le potenzialità di tutti e tre i canali comunicativi: verbale, non verbale e paraverbale.

“Si comunica per informare, aggiornare, istruire, organizzare, persuadere, motivare, curare, guidare, oltre che per cambiare le persone e noi stessi” (G. Nardone). Conoscere e saper utilizzare i meccanismi della comunicazione ci consentono una migliore conoscenza non solo degli altri ma anche di noi stessi; offrendoci la possibilità di diventare osservatori attivi e protagonisti del nostro destino.