Insieme possiamo stare meglio

Vivere assieme a una persona con un disturbo alimentare è spesso un’esperienza solitaria e isolante per un genitore, accompagnata da numerose preoccupazioni e paure per la condizione fisica e psicologica del figlio. Paura, incomprensione e senso di impotenza rappresentano i vissuti più comuni di chi convive con questo tipo di problematiche.

Il pregiudizio secondo cui i familiari sarebbero i diretti responsabili della malattia del figlio, all’interno di un sistema di relazioni patologico, sembra essere ormai superata. La famiglia è attualmente ritenuta una risorsa indispensabile del percorso terapeutico che andrebbe il più possibile sostenuta, coinvolta e incoraggiata. I sintomi con cui si manifestano questi disturbi hanno infatti un grosso impatto non solo sulla persona che ne è affetta, ma anche su tutti coloro che se ne prendono cura. Molte sono le domande che affollano la mente di un genitore alle prese con un figlio che si rifiuta di mangiare e perde peso, che si abbuffa e sta male oppure che vomita di nascosto. Alcune tra le credenze più diffuse rappresentano dei falsi miti da sfatare, in quanto contribuirebbero esclusivamente ad incrementare il senso di colpa, la rabbia, il rimorso e la frustrazione dei genitori. E’ necessario infatti sottolineare che c’è una grande incertezza sulle cause di questi disturbi, di cui non è possibile individuare un’origine certa. Sebbene il disagio si manifesti sottoforma di un rapporto problematico con il cibo e con il proprio corpo, gli esperti del settore sono concordi nell’affermare che i sintomi più evidenti rappresentano solo la punta dell’iceberg di una problematica molto più complessa, di cui è difficile trovare razionalmente una spiegazione che ne giustifichi la comparsa.

Contrariamente a quello che  comunemente si pensa, il disturbo alimentare non è:

  • un problema che si può scegliere di avere o non avere
  • un modo per punire i propri genitori
  • un semplice capriccio per attirare l’attenzione su di sé o per ribellarsi
  • una fase di passaggio naturale durante il periodo adolescenziale
  • un problema causato da una relazione patologica con i propri genitori
  • una semplice questione di alimentazione o di non accettazione del proprio aspetto

Durante il periodo di malattia, è come se la persona si trovasse all’interno di un tunnel senza via d’uscita dal quale non riesce a scorgere cosa c’è all’esterno. E’ necessario che i genitori siano sostenuti e incoraggiati a comprendere i sintomi con cui si manifesta il disturbo e a relazionarsi con il figlio in maniera calma e coerente. Le loro reazioni possono infatti attenuare l’impatto che questi problemi hanno non solo sulla persona che li manifesta, ma sull’intero sistema familiare. Spesso alcuni modi di reagire, messi in atto spontaneamente sulla base del buon senso, risultano essere disfunzionali e controproducenti. Alcuni genitori si sentono ad esempio troppo coinvolti nel problema e tendono ad avere un comportamento iperprotettivo e accomodante; altri vorrebbero assumere il controllo della situazione cercando di convincere il figlio ad abbandonare i comportamenti problematici. Entrambi rappresentano dei tentativi di soluzione disfunzionali: un eccessivo coinvolgimento del genitore non permette al figlio di assumersi la responsabilità dei propri problemi; al contrario, imponendo un eccessivo controllo, c’è il rischio di ottenere una maggiore resistenza.  Il genitore dovrebbe rappresentare una guida che accompagna il figlio a cambiare spingendolo quanto basta verso una condizione di sicurezza. Spesso però è la componente emotiva quella più difficile da controllare. Per proteggersi da ciò che non sa come affrontare, il genitore corre il rischio di ignorare completamente il problema come se allontanandosene non esistesse più. Al contrario, i forti sensi di colpa rischierebbero di farlo sentire il diretto responsabile della vita e della felicità del figlio. Troppa emotività o troppo poca rischiano anche in questo caso di non essere d’aiuto. Vivere con un disturbo alimentare costituisce una sfida enorme che rischia di prosciugare le risorse di adattamento di una famiglia e le capacità di farvi fronte. Proprio per questo è necessario fornire un aiuto ai genitori che permetta loro di sentirsi meno disorientati di fronte la malattia.

Se la persona che manifesta il problema è la sola a poter cambiare, dobbiamo tener presente che non può farlo da sola.

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