Donne allo specchio

La maggior parte delle giovani donne è attualmente insoddisfatta del proprio aspetto fisico, sentendosi incapace di corrispondere ai modelli di bellezza attualmente dominanti che impongono un fisico magro e tonico, senza alcun genere di imperfezione. Recenti ricerche hanno dimostrato che paradossalmente sono le ragazze normopeso o sottopeso quelle più preoccupate del proprio aspetto; al tal punto da intraprendere una dieta a scopo dimagrante.

Il corpo non è mai stato così tanto al centro dell’attenzione come negli ultimi anni e con il passare del tempo è diventato sempre più, in particolar modo per le ragazze, un banco di prova del proprio valore personale. Oggigiorno la bellezza viene considerata la chiave per raggiungere il successo e apparentemente sembra essere alla portata di tutti: immagini e messaggi pubblicitari hanno contribuito infatti a diffondere l’illusione che sia sufficiente voler essere perfette per riuscire effettivamente a diventarlo; come se la bellezza fosse la sola condizione a garantire tutto ciò di cui le persone hanno bisogno per essere felici, sicure di sé e apprezzate dagli altri. Siamo letteralmente bombardati da immagini di modelle incredibilmente alte, con le gambe affusolate, le ossa del bacino sporgenti e la pancia piatta. Il binomio tra bellezza e felicità risulta vincente al fine di una maggiore commercializzazione dei prodotti pubblicizzati che finisce non solo per influenzare i nostri consumi, ma anche i nostri gusti estetici.

Da dove nasce l’idea che il proprio corpo possa essere “sbagliato”? Per rispondere a questa domanda è necessario considerare che a nessuna persona è concessa un’immagine fedele del proprio aspetto in tutta la sua interezza, ma solo di visioni parziali (ne è una prova, ad esempio, il fatto che mentre parliamo con qualcuno non riusciamo ad osservarci contemporaneamente il volto o che se ci mettiamo di fronte ad uno specchio non possiamo guardarci dietro le spalle). Questo sta a significare che l’immagine riflessa allo specchio non può corrispondere a quella che la persona ha nella propria mente e viceversa. Non potendo essere oggettiva, nel senso di aderente alla realtà, l’immagine che abbiamo di noi stessi viene fortemente influenzata da aspetti emotivi, cognitivi, affettivi e culturali, di cui spesso noi stessi siamo inconsapevoli.

Ad esempio, recenti ricerche hanno dimostrato che l’esposizione alle immagini idealizzate proposte dai mass media può esercitare i seguenti effetti:

  • indurre le persone a modificare il proprio comportamento alimentare
  • generare frustrazione e senso di incapacità
  • diffondere l’illusione che la taglia corporea sia flessibile e facilmente modificabile

Il ricorso alla chirurgia estetica, una pratica ormai diffusissima, così come il fatto di sottoporsi a una delle tante diete che promettono un rapido dimagrimento, sono la dimostrazione di quanto questi messaggi siano potenti, pervasi e in grado di influenzare l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Attribuendo alla bellezza la capacità di soddisfare ogni desiderio, il rischio è quello di destinare gran parte delle proprie energie al conseguimento di un obiettivo irraggiungibile, in quanto appositamente creato per non essere mai raggiunto, se non a costi molto elevati per il benessere della persona. La ricerca di ciò che ci manca per essere perfetti, ci fa perdere di vista che:

Una bella donna non è colei di cui si lodano le gambe o le braccia, ma colei il cui aspetto complessivo è di tale bellezza da togliere la possibilità di ammirare le singole parti” (Seneca)

 

 

Letture consigliate:

Faccio E.(2006), Le identità corporee, Giunti

Stagi L. (2008), Anticorpi. Dieta, fitness e altre prigioni, Franco Angeli

Marzano M. (2010), Sii bella e stai zitta. Perché l’Italia di oggi offende le donne, Mondadori

Zanardo L. (2012), Il corpo delle donne, Feltrinelli

Insieme possiamo stare meglio

Vivere assieme a una persona con un disturbo alimentare è spesso un’esperienza solitaria e isolante per un genitore, accompagnata da numerose preoccupazioni e paure per la condizione fisica e psicologica del figlio. Paura, incomprensione e senso di impotenza rappresentano i vissuti più comuni di chi convive con questo tipo di problematiche.

Il pregiudizio secondo cui i familiari sarebbero i diretti responsabili della malattia del figlio, all’interno di un sistema di relazioni patologico, sembra essere ormai superata. La famiglia è attualmente ritenuta una risorsa indispensabile del percorso terapeutico che andrebbe il più possibile sostenuta, coinvolta e incoraggiata. I sintomi con cui si manifestano questi disturbi hanno infatti un grosso impatto non solo sulla persona che ne è affetta, ma anche su tutti coloro che se ne prendono cura. Molte sono le domande che affollano la mente di un genitore alle prese con un figlio che si rifiuta di mangiare e perde peso, che si abbuffa e sta male oppure che vomita di nascosto. Alcune tra le credenze più diffuse rappresentano dei falsi miti da sfatare, in quanto contribuirebbero esclusivamente ad incrementare il senso di colpa, la rabbia, il rimorso e la frustrazione dei genitori. E’ necessario infatti sottolineare che c’è una grande incertezza sulle cause di questi disturbi, di cui non è possibile individuare un’origine certa. Sebbene il disagio si manifesti sottoforma di un rapporto problematico con il cibo e con il proprio corpo, gli esperti del settore sono concordi nell’affermare che i sintomi più evidenti rappresentano solo la punta dell’iceberg di una problematica molto più complessa, di cui è difficile trovare razionalmente una spiegazione che ne giustifichi la comparsa.

Contrariamente a quello che  comunemente si pensa, il disturbo alimentare non è:

  • un problema che si può scegliere di avere o non avere
  • un modo per punire i propri genitori
  • un semplice capriccio per attirare l’attenzione su di sé o per ribellarsi
  • una fase di passaggio naturale durante il periodo adolescenziale
  • un problema causato da una relazione patologica con i propri genitori
  • una semplice questione di alimentazione o di non accettazione del proprio aspetto

Durante il periodo di malattia, è come se la persona si trovasse all’interno di un tunnel senza via d’uscita dal quale non riesce a scorgere cosa c’è all’esterno. E’ necessario che i genitori siano sostenuti e incoraggiati a comprendere i sintomi con cui si manifesta il disturbo e a relazionarsi con il figlio in maniera calma e coerente. Le loro reazioni possono infatti attenuare l’impatto che questi problemi hanno non solo sulla persona che li manifesta, ma sull’intero sistema familiare. Spesso alcuni modi di reagire, messi in atto spontaneamente sulla base del buon senso, risultano essere disfunzionali e controproducenti. Alcuni genitori si sentono ad esempio troppo coinvolti nel problema e tendono ad avere un comportamento iperprotettivo e accomodante; altri vorrebbero assumere il controllo della situazione cercando di convincere il figlio ad abbandonare i comportamenti problematici. Entrambi rappresentano dei tentativi di soluzione disfunzionali: un eccessivo coinvolgimento del genitore non permette al figlio di assumersi la responsabilità dei propri problemi; al contrario, imponendo un eccessivo controllo, c’è il rischio di ottenere una maggiore resistenza.  Il genitore dovrebbe rappresentare una guida che accompagna il figlio a cambiare spingendolo quanto basta verso una condizione di sicurezza. Spesso però è la componente emotiva quella più difficile da controllare. Per proteggersi da ciò che non sa come affrontare, il genitore corre il rischio di ignorare completamente il problema come se allontanandosene non esistesse più. Al contrario, i forti sensi di colpa rischierebbero di farlo sentire il diretto responsabile della vita e della felicità del figlio. Troppa emotività o troppo poca rischiano anche in questo caso di non essere d’aiuto. Vivere con un disturbo alimentare costituisce una sfida enorme che rischia di prosciugare le risorse di adattamento di una famiglia e le capacità di farvi fronte. Proprio per questo è necessario fornire un aiuto ai genitori che permetta loro di sentirsi meno disorientati di fronte la malattia.

Se la persona che manifesta il problema è la sola a poter cambiare, dobbiamo tener presente che non può farlo da sola.

Quando il controllo del cibo si trasforma in prigione

Per alcune persone l’eterna lotta tra il desiderio di restare in forma e la tendenza a cedere alle tentazioni piacevoli, sembra aver trovato soluzione nell’astensione volontaria e prolungata dal cibo. Il fatto di riuscire a mantenere un controllo così serrato sull’alimentazione si trasforma però in una prigione, dalla quale diventa difficile uscire senza l’aiuto di un esperto.

La ricerca esasperata di perdere peso viene attualmente considerata il “sintomo” evidente di un “disturbo mentale”. Dopo il riconoscimento di anoressia e bulimia nervosa, negli ultimi anni si è assistito ad una continua proliferazione delle forme assunte dal disagio corporeo. Gli stessi clinici hanno partecipato alla nascita di ulteriori sindromi, in aggiunta ai già noti disturbi alimentari, grazie alla creazione di nuove etichette diagnostiche. Sebbene in ambito psichiatrico siano state fornite diverse ipotesi interpretative sull’origine di queste problematiche e una descrizione accurata dei sintomi con cui si manifestano, questo non è valso ad individuare una loro possibile soluzione.

La diffusione dell’approccio sistemico ha rappresentato una vera e propria rivoluzione all’interno della psicoterapia, in particolar modo per quanto riguarda lo studio delle problematiche alimentari. In questo articolo verranno illustrati brevemente gli studi condotti sull’argomento da Selvini Palazzoli e Minuchin, due tra i più importanti autori che si sono occupati di “anoressia mentale” a partire da un approccio sistemico, per poi soffermarmi a descrivere i risultati ottenuti dalle ricerche condotte all’interno del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, diretto dal prof. Giorgio Nardone.

Il contributo dell’approccio sistemico 

Il modello sistemico relazionale considera ogni fenomeno psicologico, sia normale che patologico, di natura interpersonale, ovvero come non appartenente solo al singolo individuo, ma a più persone in relazione tra di loro che si influenzano reciprocamente. Selvini Palazzoli è una delle primi sostenitrice italiane di questo modello che, negli anni ’70, applica allo studio delle ragazze con anoressia mentale, un problema che inizia a coinvolgere un numero sempre crescente di adolescenti. La sua esperienza di terapeuta la rende consapevole della necessità di dover spostare il campo di osservazione dal singolo individuo all’intero sistema familiare in cui è inserito, consentendole di individuare alcune modalità relazionali tipiche delle famiglie delle ragazze anoressiche. Il merito principale di questa autrice, consiste proprio nell’aver evidenziato la necessità di considerare il disturbo alimentare all’interno del contesto relazionale in cui si manifesta. In accordo con Selvini Palazzoli anche Minuchin considera questo tipo di problematica come il riflesso dello stile relazione caratteristico della famiglia d’origine. Secondo questo autore, il modello familiare in cui cresce la ragazza anoressica è quello tipico della famiglia “invischiata”, all’interno della quale i confini tra i membri non sono ben definiti; c’è un elevato livello di interesse reciproco e di comunicazione tra i suoi componenti, che però limita l’autonomia individuale. L’identità di una giovane che si trova in una famiglia di questo tipo dipenderebbe totalmente dall’approvazione dei genitori, i quali svilupperebbero un atteggiamento iperprotettivo e ipervigilante nei suoi confronti. Secondo Minuchin, i genitori si “servirebbero” della malattia della figlia per evitare di affrontare i propri problemi relazionali di cui la ragazza sarebbe totalmente “vittima”.

L’evoluzione dell’approccio sistemico: il modello strategico breve

L’approccio strategico rappresenta un’evoluzione e un superamento della terapia familiare, con la quale condivide l’attenzione per gli aspetti comunicativi e relazionali, ma da cui si discosta per una maggiore focalizzazione sul funzionamento del problema, su ciò che lo mantiene e su come modificare rapidamente la situazione. Piuttosto che concentrasi esclusivamente sulle dinamiche di interazione familiare, il terapeuta si chiede quale strategia possa essere più funzionale per risolvere la problematica. Sulla base di questo deciderà se è più utile incontrare il paziente da solo o coinvolgere anche i suoi familiari. Partendo dal presupposto che “ognuno di noi costruisce la realtà che poi subisce”, questo tipo di intervento mira a scoprire come funziona il problema al momento presente e a individuare che cosa l’individuo sta mettendo in atto nel tentativo di risolverlo. Anziché andare alla ricerca di possibili cause nel passato sul “perché esiste” il problema, il terapeuta guida la persona, fin dal primo colloquio, a sperimentare delle concrete esperienze di cambiamento, volte a modificare il proprio modo di percepire e di reagire alla realtà personale e interpersonale. Dal momento che non è possibile stabilire una connessione lineare di causa ed effetto tra come il problema si è formato in passato e come persiste nel tempo, all’interno di questo approccio, si sospende ogni giudizio sui possibili fattori che possono aver dato origine alla condizione psicopatologica. L’intervento non è mirato ad individuare le cause che possono aver creato il disturbo, ma ha come obiettivo la ricerca di una soluzione in tempi rapidi. Solo dopo aver condotto la persona a sperimentare delle concrete esperienze di cambiamento sarà possibile conoscere come funziona concretamente il suo disturbo. E’ la soluzione a spiegare il problema e non viceversa.

Origine ed evoluzione del sintomo anoressico in ottica strategica

Grazie all’applicazione del principio di ricerca-intervento, ovvero conoscere un problema attraverso la sua soluzione, si è giunti a definire il disturbo anoressico come un controllo ben riuscito dell’ossessione attraverso un comportamento compulsivo di astinenza dal cibo e dai piaceri in generale. Inizialmente il “sintomo” avrebbe un origine del tutto occasionale. Nel corso del tempo, il fatto di riuscire ad esercitare il proprio controllo sull’alimentazione costituirebbe una sorta di armatura rassicurante e protettiva per la persona che le permetterebbe non solo una migliore gestione delle proprie emozioni, ma anche delle relazioni con il mondo circostante, procurandole una serie di vantaggi secondari (come ad esempio  maggiori attenzioni da parte dei familiari, la possibilità di non affrontare determinate situazioni o di non assumersi delle responsabilità ecc.). E’ così che il controllo del cibo può trasformarsi in una sorta di anestesia emotiva e di protezione nei confronti del mondo circostante. Ciò che inizialmente protegge e rassicura si trasforma però presto in una prigione dalla quale diventa impossibile uscire. E’ in questo momento che in genere i familiari della ragazza o a volte la ragazza stessa, decidono di ricorrere all’intervento di un terapeuta. Ciò che inizialmente ha funzionato per un periodo, non funziona più: il controllo del cibo è diventato un pensiero talmente ossessivo da togliere spazio, tempo ed energia a tutto il resto. Eppure non è più possibile fare a meno di assecondarlo, nonostante l’intenzione e la volontà di liberarsene. La paura di poter perdere il controllo e di riprendere i chili faticosamente persi è più forte di qualsiasi proposito di cambiamento; non solo, riprendere a mangiare significherebbe arrendersi, rinunciare al proprio “progetto”, ammettere a se stesse e agli altri di aver fallito, di essere state sopraffatte dal desiderio; non essere state sufficientemente determinate, forti e tenaci. Equivarrebbe a dichiarare di essere come tutti gli altri: facilmente corruttibili ed arrendevoli di fronte al piacere del cibo.

Modalità di intervento: dalla spiegazione alla soluzione del problema

L’intervento viene solitamente differenziato a seconda dell’età della ragazza al momento dell’inizio del percorso terapeutico e della durata del problema. Per le ragazze giovani che hanno iniziato a manifestare il disturbo solo di recente si è rivelato utile coinvolgere l’intero sistema familiare, fin dalla prima seduta. I genitori assumono infatti una funzione rilevante nello sblocco della problematica e, vista la loro importanza, vengono eletti al ruolo di co-terapeuti. Per le persone adulte che invece convivono con questo disturbo da diversi anni è in genere prevista la presa in carico individuale. In entrambi i casi il terapeuta prescrive alla ragazza e ai suoi familiari, se è previsto il loro coinvolgimento, dei compiti da mettere in atto tra una seduta e l’altra, mettendoli nella condizione di sperimentare delle concrete esperienze di cambiamento. Le tecniche suggerite al termine di ogni incontro, sono solo uno degli strumenti a disposizione del terapeuta strategico. Per quanto necessarie, esse non sarebbero di per sé sufficienti a produrre un cambiamento; in particolar modo con persone così resistenti che esprimono la volontà di cambiare, ma spesso non sono in grado di farlo. Il terapeuta assume pertanto, da un punto di vista comunicativo e relazionale, la posizione più idonea al fine di vincere la naturale resistenza al cambiamento, inducendo la persona a modificare la propria posizione percettivo-emotiva nei confronti della realtà problematica. Il successo della terapia è misurato sulla base del raggiungimento dell’obiettivo concordato assieme al paziente all’inizio del trattamento e corrisponde al superamento del suo problema.

Efficacia ed efficienza dell’intervento strategico

Grazie alle ricerche condotte all’interno del Centro di Terapia Breve Strategica dal prof. Giorgio Nardone e dai suoi collaboratori è stato possibile mettere a punto dei protocolli di intervento specifici per il trattamento del disturbo anoressico che, confrontati con altre forme di trattamento, sono risultati non solo altamente efficaci nella soluzione di questo di questo tipo di problema, ma anche efficienti in termini di rapporto costi/benefici per la persona.

L’obiettivo finale dell’intervento, in presenza di un disturbo alimentare, è quello di ristabilire un rapporto con l’alimentazione basato sul piacere e non sulla limitazione e sul sacrificio, che consenta alla persona di perdere il controllo e di riprenderlo ogniqualvolta lo desidera.

Imparare a concedersi il piacere del cibo è il modo migliore per sapervi rinunciare.