Bambini e genitori a tavola

Fin dall’antichità il cibo è stato considerato un nutrimento non solo per il corpo ma anche per l’anima, avendo la capacità di soddisfare contemporaneamente esigenze fisiche, psicologiche e spirituali. Qualsiasi alimento può infatti rispondere a un bisogno corporeo e, allo stesso tempo, contribuire a costruire la nostra identità personale. Ciò che mangiamo, il modo in cui lo prepariamo, quando e con chi lo consumiamo, ci permettono di definire chi siamo e qual è il nostro ruolo all’interno della società.

Dal momento che il primo gruppo sociale in cui entriamo a far parte è la nostra famiglia e che buona parte delle interazioni con i nostri familiari ruota attorno al momento del pasto, il cibo svolge una funzione di principale importanza all’interno delle dinamiche che guidano le comunicazioni tra il bambino e i suoi genitori, fin dai primi anni di vita. Prendendosi cura dell’alimentazione del proprio figlio, i genitori contribuiscono non solo al suo sviluppo fisico ma anche a quello psicologico, emotivo e relazionale. Questo è evidente a partire già dai primi mesi di vita.

L’allattamento, sia naturale che artificiale, rappresenta infatti un’esperienza molto importante dal punto di vista affettivo e relazionale, all’interno del rapporto che si va pian piano costruendo tra il bambino e la propria mamma. Allattando il figlio, la madre non si limita ad offrirgli un insieme di nutrienti fondamentali per la sua crescita fisica; prendendosi cura dell’alimentazione del proprio piccolo, gli comunica le proprie emozioni, trasmettendogli l’amore e l’affetto. Ricevendo il latte materno anche il bambino trasmette alla mamma le proprie sensazioni sul loro rapporto e sul mondo che lo circonda. Si tratta della prima occasione di conoscenza, di scambio reciproco, ma soprattutto di relazione tra la mamma e il neonato. Già durante i primi mesi di vita, accettando o rifiutando il latte materno, il bambino può mettere alla prova, anche se ancora del tutto inconsapevolmente, la sicurezza e la fermezza della mamma, verificandone la “forza” e la “stabilità emotiva”. E’ esperienza comune di molte donne avvertire un senso di inadeguatezza nei confronti del compito di offrire un nutrimento adeguato alla crescita del proprio bambino. Le preoccupazioni di fronte al figlio che mangia troppo o troppo poco, che piange spesso o che si sveglia frequentemente durante la notte, possono compromettere, già a partire dalle prime settimane dopo il parto, la naturale capacità di ogni donna di riconoscere i  bisogni del nuovo arrivato e di prendersene cura serenamente.

Uno dei principali compiti dei genitori consiste nel guidare i figli verso una sempre maggiore indipendenza, anche dal punto di vista alimentare. A partire già dai 2-3 anni di vita il cibo rappresenta un mezzo a disposizione del bambino per affermare la propria autonomia dal genitore e per esercitare il proprio potere all’interno della relazione con l’adulto. E’ in questo periodo che i capricci a tavola possono diventare molto frequenti, in quanto rappresentano per il bambino un modo per esercitare la propria indipendenza e per testare il proprio potere di influenza sugli adulti. I bambini infatti hanno la tendenza a mettere costantemente alla prova i genitori, allo scopo di verificarne l’autorevolezza e di misurare il proprio limite d’azione. L’eccessiva accondiscendenza, accompagnata dall’assenza di limiti e di regole, possono contribuire ad accrescere la tensione a tavola, rendendo il momento del pasto un vero e proprio incubo. Pretendere il rispetto delle regole non è una condizione sufficiente al fine di ottenerlo; a maggior ragione se si tratta di un’imposizione rigida da parte dei genitori. Se una buona dose di flessibilità è necessaria e funzionale in qualsiasi ambito educativo, questo principio risulta particolarmente valido a tavola. Obbligando infatti un bambino a mangiare un cibo a lui poco gradito, si rischia di ottenere solamente un maggior rifiuto di quell’alimento. Continuare ad insistere affinché lo assaggi, sperando che prima o poi finisca per cedere, produce unicamente una maggiore resistenza. Un rischio ulteriore è rappresentato dal fatto di trasformare un momento che dovrebbe essere piacevole, in una tortura; dando inizio ad una vera e propria sfida con il bambino all’ultimo boccone.

Vi starete chiedendo quale posizione dovrebbe allora adottare un genitore di fronte al figlio che si rifiutata di mangiare. Se riuscire ad assicurare un nutrimento adeguato al proprio bambino rappresenta il desiderio di ogni buon genitore, non tutte le strategie comunemente adottate risultano ugualmente efficaci: insistere affinché finisca tutto quello che ha nel piatto, a volte minacciandolo, altre volte facendo leva sul senso di colpa; così come promettergli una ricompensa in cambio del piatto pulito, possono essere tentativi di soluzione del tutto controproducenti. E’ proprio vero che spesso con le migliori intenzioni si ottengono gli effetti peggiori! Esortando insistentemente il bambino a mangiare di più o meglio, l’adulto cerca di imporre un controllo esterno su un meccanismo del tutto spontaneo e naturale, come quello che regola il senso di fame e sazietà e il desiderio di cibo; impedendone una regolazione autonoma. Il momento del pasto spesso viene caricato di aspettative e preoccupazioni esagerate da parte dei genitori, con il rischio di costruire un vero e proprio problema, laddove al momento può essere presente una difficoltà solo transitoria.

E’ importante pertanto che un genitore impari a distinguere le situazioni in cui il rifiuto del cibo rappresenta il sintomo di un disturbo che potrebbe compromettere lo sviluppo del proprio bambino, dalle situazioni in cui l’inappetenza rappresenta solo una fase fisiologica, del tutto passeggera. Se l’avversione per il cibo è solo temporanea o limitata ad alcuni alimenti, come la frutta o la verdura, in genere meno gradite dai bambini, è importante prendersi del tempo per osservare la situazione, evitando di intervenire quando non necessario.

Alla luce di quanto detto finora, per riuscire a stabilire un rapporto sano e piacevole con l’alimentazione è preferibile:

  • Evitare di ricorrere al cibo come mezzo per minacciare, ricompensare o corrompere il bambino
  • Incoraggiare l’assaggio, ma senza forzature
  • Riconoscere i capricci e non cedere alle provocazioni
  • Fare leva sulla sua curiosità, piuttosto che sull’obbligo a mangiare
  • Prestare attenzione all’atmosfera in cui si svolge il pasto
  • Dare il buon esempio
  • Lasciare al bambino una certa libertà di scelta per permettergli di regolarsi in maniera autonoma
  • Concedere alcune trasgressioni piacevoli (anche se poco salutari)
  • Non pretendere che mangi tutto e subito, dandogli il tempo di abituarsi ai nuovi sapori

Se in genere i genitori possiedono tutte le risorse necessarie per aiutare autonomamente i propri figli, senza dover necessariamente ricorre al supporto di uno specialista, alcune volte hanno bisogno di qualcuno che li aiutati a vedere il problema da un’altra prospettiva; in modo da riuscire a mettere in atto delle strategie di soluzioni differenti e più efficaci. Prestare attenzione ai significati veicolati attraverso il cibo all’interno della relazione con il proprio bambino, consente di porre le basi di un rapporto sano e piacevole con l’alimentazione per il resto della vita.